Intervista a Lucio Buonomo

L’uomo è da sempre affascinato dalla psicologia ed i mezzi di comunicazione di massa ultimamente stanno amplificando questo suo bisogno di conoscenza. Tuttavia si nota ancora una confusione tra termini  come psicologia, psicoterapia, psichiatria, che spesso sono utilizzati in modo intercambiabile. Ci puoi aiutare a comprendere meglio cos’è la psicoterapia e a cosa serve?

 Terapia è un termine greco che significa stare a disposizione degli altri. Il terapeuta è colui che impiega una parte del suo tempo nella cura degli altri. Questa cura può avvenire attraverso l’uso di farmaci (nel caso della psichiatria) o l’uso della parola e dell’ascolto (nella psicoterapia). Direi che la prima grande differenza che c’è tra Psichiatra e Psicologo è che il primo è un medico e può curare usando farmaci, mentre lo psicologo, non essendo laureato in medicina, centra la sua pratica sulla parola e sul colloquio. Entrambi possono esercitare l’arte della psicoterapia ma solo dopo essersi specializzati presso uno degli istituti riconosciuti dal Ministero della Ricerca Universitaria (MIUR).

E chi ne può usufruire?

La psicoterapia si rivolge a tutte le persone che soffrono, sia a persone affette da patologie gravi sia a persone che stanno attraversando una fase di difficoltà, un momento critico nella loro vita. In ambito clinico l’Organizzazione Mondiale della Sanità rileva negli ultimi anni una vera e propria epidemia di Sindromi Depressive, di DAP (Disturbo da Attacchi di Panico) e di nevrosi d’ansia, dovute ai cambiamenti sociali molto veloci e allo stress. Altre problematiche molto diffuse sono i Disturbi del comportamento alimentare, le Sindromi Narcisistiche, le Sindromi Borderline (quei disturbi del comportamento che si collocano al limite tra nevrosi e psicosi) e Disturbi da Dipendenze Compulsive (tossicodipendenze, alcolismo, dipendenze da gioco). Uscendo dall’ambito delle patologie, si rivolgono allo psicologo anche persone che vivono una situazione di disagio esistenziale, momenti di vita di cui soffriamo più o meno tutti a periodi, senso di vuoto, noia, incertezze e dubbi esistenziali, che non sono veramente espressioni patologiche e che, pertanto, non vanno affrontati con una vera e propria psicoterapia ma piuttosto con approcci brevi centrati sull’ascolto. Infatti, oggigiorno si parla sempre più spesso di Counseling, cioè di consulenza breve alla persona.

 

Ancora oggi lo psicologo è associato all’immagine del “medico dei pazzi”, ci sono ancora molte resistenze, sentimenti di vergogna, nel rivolgersi a questo professionista quando si sta male?

Lo psicologo subisce ancora l’influenza negativa della tetra fama della psichiatria degli anni ‘60 e ‘70. Lo psichiatra è un medico specializzato nella cura delle psicopatologie gravi, come la schizofrenia e negli anni scorsi, direi almeno fino agli inizi degli anni ‘80, operava prevalentemente nei manicomi somministrando delle cure che a volte erano disperati tentativi di strappare alla malattia questi sfortunati. Penso al letto di contenzione, alla lobotomia frontale e all’eccesso di farmaci antipsicotici imperfetti che provocavano effetti collaterali importanti come tremori, paralisi, senso di intorpidimento mentale. Lo psicologo per molti anni è stato assimilato allo psichiatra e solo recentemente inizia ad emergere una differenza tra le diverse competenze. Lo psicologo interviene con colloqui clinici e, non essendo abilitato all’uso del farmaco, con strumenti come il colloquio, tecniche di rilassamento e visualizzazione creativa, la meditazione.

 

Sono in contrasto questi due approcci?

Non sono in contrasto ma, anzi, è auspicabile che avvenga una integrazione tra psichiatria e psicologia.

 

E mentre da una parte si nota ancora una sorta di diffidenza nei confronti della psicologia, di contro, a dispetto di un futuro non proprio roseo, molti ragazzi si iscrivono a questa facoltà. Pensi davvero che possa essere frutto di una stimolazione mediatica?

Credo che oggi ci sia un’importante richiesta della cura dell’anima ma purtroppo la formazione degli psicologi non è così attenta e molti psicologi che si fermano alla laurea e non proseguono con una specializzazione non sono in grado di poter lavorare nel campo della cura al disagio mentale. Teniamo anche presente che l’Italia è uno dei pochi Paesi in cui la politica non tiene in giusta attenzione il ruolo dello psicologo così come, d’altra parte, anche quello degli insegnanti. Questa disattenzione limita la crescita della figura professionale che resta relegata in ambiti di mercato ristretto.

 

Conosciamo ora un po’ meglio il tuo percorso personale. Cos’è che ti ha spinto a formarti in questo settore? Com’è iniziato il tuo percorso?

Il mio caso è un po’ particolare ed un po’ anche comune. Nel tempo sono venuto convincendomi che in realtà io abbia subito l’influsso di una sorta di chiamata. Diciamo così che ci arrivo per vocazione. Ho iniziato ad interessarmi di psicologia intorno agli otto/nove anni. Tormentavo mio padre per farmi comprare dei libri di psicologia ma all’epoca non esistevano libri divulgativi e adatti a bambini di quell’età. Nel tempo ho continuato a interessarmi di sviluppo personale, ma mi sono allontanato dall’idea di diventare psicologo, questo soprattutto perché nella mia città non esistevano facoltà di Psicologia ed io non avevo i mezzi per studiare da fuorisede. Così mi sono iscritto prima a Giurisprudenza, che ho abbandonato per Lingue per poi, infine, scegliere la facoltà di Psicologia a Roma. Fondamentale è stato il rapporto con il mio amico Giuseppe Marino, con il quale ho condiviso lo studio per ventisette anni. Giuseppe, che era iscritto alla Facoltà di Psicologia da un anno a Roma, mi prospettò la possibilità di frequentarla da pendolare. Inizialmente motivando a me stesso la decisione come interesse intellettuale, ho però, nel tempo, ben compreso che avevo bisogno di terapia e di autoanalisi. Soffrivo, infatti, di umore depresso, ero introverso, non riuscivo a concentrarmi a scuola e avevo una serie di problematiche per cui all’età di ventidue anni ho deciso di consultare uno psicologo.

 

Quindi è vero quello che si dice, cioè che ci si iscrive a Psicologia per aiutare se stessi?

Credo che sia molto vero, almeno per quegli psicologi che scelgono la strada della psicologia clinica e della specializzazione in psicoterapia.

 

Dunque le tue esperienze di vita hanno condizionato la tua scelta formativa, ma quanto, invece, la formazione professionale ha fatto sentire la sua influenza nella tua vita?

La mia vita è cambiata radicalmente da un certo momento in poi. Come dicevo, ero un ragazzo timido, introverso, isolato, con uno sfondo depressivo e difficoltà relazionali. Poi nel tempo, studiando psicologia ma soprattutto sottoponendomi al training di addestramento alla professione, organizzato nell’ambito della specializzazione, partecipando ai gruppi d’incontro e poi diventando io stesso terapeuta, sono diventato più socievole, sicuro, ottimista e meno svalutato.

 

Quindi la tua vita è cambiata molto ma qualcuno, vedendoti lavorare, soprattutto con le tecniche della Gestalt, direbbe che sei ancora un po’ folle.

La Gestalt è soprattutto una psicoterapia della verità che utilizza un repertorio di tecniche espressive per aiutare le persone a fare delle esperienze liberatorie. In Gestalt, prioritaria è la ricerca dell’autenticità. E, come si sa, la verità a volte fa male o sembra insostenibile, per cui molti si difendono risultando poco autentici. Anche Gesù nel vangelo dice “cercate il regno e troverete la verità e, la verità vi renderà liberi”. Il desiderio e la passione per la ricerca sono fondamentali perché le resistenze ad incontrare se stessi sono forti. Abbiamo tante paure, del fallimento, della morte, di non farcela, ma credo che una delle paure recondite più subdole e presenti nell’essere umano sia proprio quella di impazzire. Tuttavia, credo che per essere liberi e sani ed anche per essere dei buoni psicoterapeuti, soprattutto nell’ambito dell’orientamento umanistico-esistenziale, che si centra sulla possibilità di incontrare l’altro in tutte le sue dimensioni, a 360 gradi, quindi anche nella sua follia, bisogna avere il coraggio di contattare e conoscere quella parte della propria mente che il senso comune considera disturbata, deviata o folle. Bisogna avere una buona conoscenza della propria mente, di se stessi ed anche delle fantasie che si coltivano più o meno segretamente. Si deve essere dei buoni naviganti nel mare delle propria coscienza, vasta come l’oceano, cercando di mantenere una posizione di equilibrio con grande fiducia. Nella mitologia questa possibilità di impazzire o di entrare in contatto con elementi disturbanti che possono condurre alla follia è descritta diverse volte. Mi viene in mente Ulisse che nel suo viaggio nel Mediterraneo si fa legare all’albero maestro della nave per poter ascoltare senza soccombere il canto delle sirene, questi mostri marini metà donne metà animali, che rappresentano l’stinto sessuale ma anche l’illusione, il miraggio che nasce dal bisogno incoercibile e che può rendere folli. A quanti dicono che sembro matto posso dire che ho conosciuto la follia, ossia l’illusione, transitoriamente, senza per questo rimanerne imprigionato e che ne ho grande rispetto. Non la considero una nemica, piuttosto una forza che tentare di imprigionare può condurre alla follia. Fa più danni la paura della follia che la follia in sé. Meglio onorarla e rispettarla. La lezione che ho ricavato in questi anni è che con una buona barca si può navigare, nel mare in tempesta ci sembra di affogare ma, una volta usciti, siamo più ricchi di esperienza e di vita. Il mare ci ha resi migliori, più sicuri, veri e liberi di prima, ma anche più rispettosi e profondi.

 

Ritornando ancora una volta al discorso dell’influenza mediatica, siamo di solito abituati ad immaginare lo psicologo come il professionista seduto alle spalle del paziente sdraiato su un lettino ma nel tuo caso l’approccio è diverso e spesso contaminato da altre discipline e orientamenti metodologici.

Dopo essermi laureato, mi sono specializzato all’ASPIC di Roma, che è una scuola ad orientamento integrato, cioè sintetizza il meglio dei cinque approcci fondamentali che si utilizzano in psicoterapia affinché il terapeuta possa adattare meglio l’intervento al cliente. Quindi mentre prima il modello era rigido e il cliente era trattato sempre nello stesso modo, dagli anni ‘60 in poi l’idea che si è diffusa è che ogni uomo ha una sua specificità e necessita di un approccio diverso. I vari modelli terapeutici hanno una diversa visione dell’uomo che si concretizza in tecniche specifiche, ad esempio l’approccio cognitivo-comportamentale si centra sui pensieri disturbanti e sulle abitudini negative cercando di cambiare sia gli uni che gli altri. L’approccio sistemico-relazionale si centra principalmente sul contesto in cui vive l’individuo, la famiglia, la scuola, ipotizzando che il contesto sia implicato nello sviluppo della patologia. Nell’approccio psicoanalitico la centratura è sull’uomo e i suoi conflitti di fase di sviluppo, conflitti che riguardano la sessualità, l’affettività, ecc… Nell’approccio umanistico-esistenziale, l’idea di fondo è che ciò che cura è la relazione e la presenza del terapeuta, il clima che riesce a creare attraverso il suo ascolto e la sua partecipazione empatica. Dopo questa formazione, mi sono sottoposto a due psicoanalisi, una di quattro anni e una di sei, ma l’esperienza che più di tutte mi ha trasformato e dato tanto è la relazione con Claudio Naranjo, che è l’erede principale della Gestalt di Frederick Perls ed è anche un maestro spirituale, quindi ha una visione trans-personale, cioè l’idea di un uomo non isolato, cha fa parte dell’universo da cui trae l’energia per vivere ma anche affrontare le proprie difficoltà.

 

Questo si differenzia molto dalla psicologia classica che era poco attenta agli aspetti spirituali…

In realtà già nella psicoanalisi abbiamo degli esempi importanti: Jung sostiene il valore della spiritualità e dell’approccio religioso nella risoluzione dei problemi. Però, come sappiamo, Jung è entrato presto in conflitto con Freud ed è stato molto criticato proprio perché tentava di inserire in una psicologia, che cercava di diventare scienza a quell’epoca, degli elementi poco misurabili e verificabili oggettivamente.

 

E come si integra la spiritualità con la psicoterapia?

Io credo che in ognuno di noi viva un elemento di saggezza primitiva, un’intelligenza, una parte di noi saggia che alberga nelle profondità della coscienza, come un tesoro sepolto in fondo al mare, di cui possiamo anche essere consapevoli intuitivamente ma che non sappiamo raggiungere. La possibilità di accedervi è risolutiva rispetto alle difficoltà esistenziali. Nella tradizione psicoterapeutica, il nodo cruciale è sempre quello di aiutare la persona ad accedere alle sue risorse nascoste, le potenzialità che lo aiuteranno a risolvere la crisi. Una psicoterapia condotta con arte non è priva di elementi spirituali, perché l’obiettivo è quello di aiutare la persona ad essere libera dai suoi condizionamenti e ad essere più creativa nella propria vita. Nella tradizione spirituale il discorso della preziosità dell’essere umano viene rimarcato in vari modi: ad esempio Plotino parlava di essenza per indicare la scintilla divina presente in ciascuno di noi. Nella tradizione cristiano-gnostica si parla della scintilla del cuore, ossia di un elemento divino che viene promulgato dall’Assoluto o Dio e che è presente in ognuno di noi. La chiave per la felicità e la fine della sofferenza, sia nel Vangelo che nel Corano, ma anche in altre tradizioni religiose come l’Induismo o il Buddismo, viene individuata nella possibilità di incontrare questa parte della mente che non è condizionata dall’apprendimento o dai fatti quotidiani.

 

Quali strumenti si utilizzano per raggiungere questo tesoro nascosto?

Per poter raggiungere questa meta è importante disattivare la mente cosciente, disattivare il controllo che l’Io esercita continuamente su noi stessi. La tecnologia del sacro è molto varia: si va dalla meditazione, che può essere sia centrata sull’uso ripetitivo di suoni sia sul silenzio, alla preghiera, all’uso di danze sacre, di musiche e suoni particolari.

 

Sono questi gli strumenti che usi durante i seminari che organizzi?

Sì. In particolare, organizzo un seminario intensivo di tre giorni ad Ischia, durante il quale attingo specificamente a questa sapienza antica e sacra. Organizzo il lavoro per aiutare le persone a disapprendere. Contrariamente ai seminari motivazionali o altri tipi di seminari centrati sull’apprendimento, l’obiettivo del corso di Ischia è quello di disimparare qualcosa, abbandonare il superfluo, lasciare andare ciò che è condizionato per riscoprire dentro di noi l’autenticità, la spontaneità, per scoprire che quando lasciamo andare la parte condizionata, in realtà non sconfiniamo nella follia, non ci perdiamo ma ci affidiamo alla parte più saggia e più intelligente di noi stessi: la nostra parte intuitiva. Quando togli gli ostacoli e consenti a questa saggezza primitiva di potersi manifestare, le cose si sistemano automaticamente. Nelle tradizioni di tutto il mondo sono presenti guide spirituali interiori legate a questa saggezza, gli angeli per esempio, ma anche nelle culture tribali non è concepibile poter sopravvivere senza l’aiuto di “spiriti guida”. L’idea che ci sia una “saggezza più saggia di noi”, una forza interiore che ci trascende ed è contemporaneamente parte di noi è molto presente nella storia di tutta l’umanità. In India, ad esempio, si parla di Kundalini, l’energia del serpente che dorme arrotolato alla base della colonna vertebrale e che, una volta risvegliata, salendo lungo la colonna vertebrale, attiva determinati centri energetici e consente alla persona di fare esperienza di unione con il tutto, di fusione con la coscienza cosmica e attingere direttamente a informazioni o energie di cui magari non era neanche a conoscenza.

 

Ma un ateo può venire in terapia da te?

Non ho un approccio ideologico ma integrato, il che vuol dire che posso lavorare in maniera libera. Tra l’altro non sono nemmeno religioso nel senso tecnico, cioè non sono cattolico, non sono buddista, non sono evangelista né protestante. Mi ritengo più un ricercatore spirituale, cioè una persona che con l’intuizione cerca di pervenire alla verità più profonda. In tutti i casi per me esiste solo la persona che va aiutata a partire dal suo stesso livello di coscienza, quindi niente forzature ideologiche ma solo tanto ascolto e qualche intervento utile a stimolare le reazioni positive dell’altro.

 

Ma, se come dici, per stare meglio dobbiamo disimparare, che senso ha studiare il proprio carattere così come si fa nel seminario sugli enneatipi che pure proponi?

Il senso dello studio di sé è quello di conoscere il proprio condizionamento in maniera profonda per poterlo abbandonare, trascendere. Trans-personale significa proprio andare oltre se stessi. Ma questa non è una cosa semplice, la persona che siamo si oppone radicalmente a questo andare oltre perché percepisce l’entrare nel mistero come qualcosa di pericoloso per la sopravvivenza. Per questo dobbiamo capire chi siamo, come ci muoviamo, come realizziamo l’adattamento nevrotico prima di poterlo definitivamente abbandonare. Facendo un esempio, pensiamo alla paura, che ha una funzione positiva, che serve ad evitarci guai, ma quando è continua e inibente, diventa un fattore di nevrosi. Se non riusciamo a capire da dove nasce e perché si manifesta così tanto nella nostra vita sarà molto difficile liberarcene, per cui lo studio di sé serve proprio per comprendere la parte meccanica della nostra mente, cioè quella che rimane ancorata a quelle convinzioni profonde tipo “se faccio questo, mi capita quest’altra cosa…”, tanto da poterle mettere in discussione e successivamente lasciarle andare. In pratica dobbiamo avere conoscenza di come la nostra mente lavora contro di noi e di come, per proteggerci, diventa iperprotettiva similmente ad una madre che per aiutarci ci incastra e non è più in grado di lasciarci andare. La nostra mente può diventare molto distruttiva e dobbiamo sapere in che modo lo diventa, se attraverso la critica o attraverso la iperprotettività o se attraverso una eccessiva indulgenza.

 

Quindi se si abbandona questo condizionamento, si trova la felicità?

Nel Buddismo si parla di “mente condizionata” che causa la sofferenza e di “natura della mente” che conduce in un regno di beatitudine, di pace e perfezione che è chiamato Nirvana.

 

Sembra tutto molto semplice, eppure nel mondo ci sono molte persone che continuano a soffrire nonostante conoscano i propri demoni.

La tendenza all’abitudine non va aggredita ma occorre coltivare la dis-abitudine ogni giorno fino all’abbandono del copione e ciò richiede tempo.

 

Non credi che la gente abbia paura di essere felice? Spesso capita di sentire persone che quando vivono un momento di benessere non ne godono perché vengono allertate dal pensiero che prima o poi accadrà qualcosa di brutto.

Credo che la nevrosi sia fondamentalmente una difesa nei confronti dell’amore, perché siamo condizionati a ritenere che l’amore ci metterà nei guai. L’amore è un sentimento autenticamente rivoluzionario, nel senso che non rispetta le logiche del mercato e rischia di capovolgere completamente lo status quo esistente. Per questo la mente condizionata lo teme. Pensiamo a San Francesco, un militare molto ricco di famiglia che, dopo essere stato risvegliato all’amore, abbandona tutto e inizia a condurre una vita molto diversa da quella precedente, all’insegna del sacrificio e della rinuncia, almeno apparentemente. Tutti sappiamo come reagì la famiglia. Il buon senso, la buona educazione, non amano i rischi dell’amore, al più lo tollerano considerandolo “un cattivo affare”. San Francesco è stato rivoluzionario perché non ha avuto paura di perdere tutto per guadagnare il vero tutto. Un altro esempio di atto rivoluzionario è quello attuato da Gesù Cristo, che per amore è morto sulla croce.

 

Tutto questo va contro i dettami anche della società nella quale viviamo e che sembra invece essere molto attenta agli orpelli e alle cose in più.

La società nella quale viviamo è delirante! Tutto è molto malato, inquinato dall’eccessiva competizione, dall’avidità, dalla paura della morte e quindi il risultato è sempre più spesso una grande sofferenza generalizzata. Martin Seligman, ma anche l’ormai famosissimo Daniel Goleman, entrambi esponenti di spicco della psicologia positiva, sostengono che l’epidemia di depressione in atto nelle nostre società occidentali sia dovuta all’abitudine indotta dal nostro stile educativo ad evitare la sofferenza, o usando un linguaggio più tecnico, la tendenza ad evitare la frustrazione. Si è diffusa la strana convinzione che è assolutamente prioritario soddisfare tutti i bisogni pena l’infelicità. Questo non è possibile. Nessuno può pensare di diventare felice in questo modo. La felicità, e questo ce lo dicono le ricerche, è il prodotto della piena applicazione dei propri talenti e del dispiegamento delle proprie potenzialità: fare le cose e farle bene, realizzare progetti, in una parola “crescere”. Questo ci rende felici! La ricerca dei piaceri momentanei al contrario alimenta il senso di vuoto che tanto caratterizza le nostre società. Possedere più lecca-lecca o mangiare più cioccolata nel qui e ora, trastullarci con i balocchi della mente, ci costringe solo a desiderane ancora e ancora in un circolo vizioso, che solo la coscienza di ciò che è essenziale per noi può spezzare.

 

E dunque, la nostra società ha bisogno di aiuto? Più di prima?

Oggi si parla molto di multitasking, cioè la capacità di un uomo di fare più attività contemporaneamente. Le ricerche dicono che il multitasking mette a dura prova la possibilità di adattamento e di integrazione dell’essere umano, che può elaborare e fare poche cose per volta. La società ci chiede di fare tante cose simultaneamente, velocemente, ed anche bene tra l’altro. Tale contraddizione richiede di essere affrontata e gestita nel migliore dei modi perché sempre più spesso foriera di patologie. Se a questo poi aggiungiamo la crisi dei valori tradizionali, la disoccupazione e l’imposizione di modelli sociali irraggiungibili ai più, possiamo ben comprendere la gravità della situazione.

 

Sappiamo tutti che la psicoterapia non è un trattamento economico e molte persone si rivolgono ai farmaci anche per avere un effetto più immediato e meno dispendioso; come si concilia, dunque, il percorso psicoterapico con l’attuale crisi economica?

Una delle grosse innovazioni degli anni ‘60 è la psicoterapia di gruppo, che offre alcuni vantaggi immediati, tra cui proprio la riduzione dei costi. Ad un numero maggiore di ore di terapie corrisponde un costo inferiore rispetto alle terapie individuali. Dal punto di vista terapeutico, il gruppo riproduce l’ambiente contestuale all’interno del quale nasce e si sviluppa la nevrosi. Esso è l’ambiente naturale attraverso cui possiamo intervenire per curare la nevrosi. Il gruppo possiede un’energia specifica, un fattore di campo, che ha la capacità di curare il singolo attraverso la cooperazione e la collaborazione. Ciò può avvenire o in maniera criptata mediante il sogno di un altro partecipante o mediante feedback più coscienti che possono fornire alla persona degli input per mettere in moto risorse personali utili per uscire da situazioni conflittuali.

 

Quindi molto spesso è dal confronto che può nascere una soluzione, una possibilità di miglioramento per la persona. E cosa differenzia, allora, un gruppo di psicoterapia da un gruppo di amici?

In un gruppo di terapia, le persone si incontrano per elaborare i loro conflitti personali. Quindi, per poter partecipare, la condizione necessaria è l’apertura ai propri vissuti, alle proprie emozioni, per aiutarsi e trovare una soluzione alle proprie problematiche. I gruppi di amici possono svolgere una funzione terapeutica e di fatto molte ricerche dimostrano che le persone più socievoli, che hanno più amici e vivono relazioni di fiducia stanno meglio in salute e psicologicamente. Il terapeuta interviene proprio quando le prime agenzie sociali, famiglia, amici, insegnanti, non sono più in grado di far fronte alla richiesta d’aiuto della persona. Si tratta, dunque, di una forma di aiuto altamente specializzato, che viene offerto in mancanza di altri tipi di aiuto.

 

Ancora un’ultima cosa prima di salutarci. Ci sono nuove attività in cantiere per il futuro?

Negli ultimi anni ho lavorato molto sia nel settore della formazione che in quello della prevenzione e della promozione del benessere psicofisico soprattutto come Presidente dell’Aspic sede di Salerno, oltre che naturalmente in quello della terapia psicologica vera e propria. Vorrei dedicarmi in futuro ad aiutare di più le persone ad auto-aiutarsi senza necessariamente passare per la psicoterapia, ovvero facilitandone il percorso di riconoscimento delle proprie potenzialità di autocura. I prossimi seminari che sto organizzando sono ispirati da questi principi: un seminario sull’arte di auto-analizzare i propri sogni e uno sullo sviluppo della funzione intuitiva, una competenza e reale possibilità di arricchimento dell’essere umano.